SMART WORKING: NATURALE CONSEGUENZA DEL TERZO MILLENNIO

Il mondo del lavoro italiano prospetta da vari mesi l’introduzione anche nel nostro Bel Paese dello Smart Working, conosciuto anche come Lavoro Agile. L’art 13 del disegno di legge AS 2233 lo definisce: “modalità flessibile di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato, allo scopo di incrementare la produttività ed agevolare la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro” Flessibilità e work-life Balance, temi discussi ed in cerca di affermazione nelle nostre organizzazioni già da anni, oggi trovano collocazione in un testo di legge ufficiale.

Gli uffici, secondo l’art 13, devono abbattere i confini ed assumere una definizione ampliata del concetto di luogo di lavoro. Inoltre, promuovendo la possibilità di lavorare in posti diversi dalla sede aziendale, gli orari di lavoro si dilatano consentendo di prestare l’attività lavorativa anche ad orari diversi rispetto lo standard 9-18.

La tecnologia aiuta a rendere perseguibili tali obiettivi in termine di spazi e tempi. Ovviamente ciò implica un investimento economico diretto a dotare le organizzazioni degli strumenti adeguati, e delle conoscenze necessarie, all’utilizzo di nuove forme di comunicazione e interazione. I social collaboration, virtual private network, cloud, mobile device e workplace technology sono alcune delle soluzioni da inserire nei processi al fine di garantire l’accesso sicuro ai dati in thPEVU1JYTqualsiasi luogo e a qualsiasi ora.

Nell’ambito del lavoro agile, tuttavia, il concetto di flessibilità va ben oltre ai limiti spazio tempo richiedendo una rivoluzione dei sistemi manageriali, del controllo e delle abitudini. Autonomia, autogestione e fiducia diventano le parole chiavi del successo.

Gran parte delle aziende hanno fondato da sempre la loro organizzazione su paradigmi tradizionali (subordinazione, controllo, orari, luoghi…). Fayol, Weber e Taylor fondarono questi stessi principi decenni fa, adeguando l’organizzazione alle tecnologie produttive e ai metodi innovativi per un’epoca completamente diversa dalla nostra. Nessuno di noi, credo, può davvero pensare che non fu difficile anche più di un secolo fa pensare di apportare cambiamenti nel sistema, per cui le difficoltà che oggi lo Smart working incontra nella sua diffusione posso essere considerate naturali; il cambiamento tuttavia è necessario oggi come allora.

In passato l’agricoltura ha ceduto il passo all’industria; oggi il settore secondario lascia la scena alla produzione dei servizi. La terza, ormai quarta, rivoluzione industriale ci impone come principio fondante la conoscenza e l’intangibilità, la nuova normativa supporta a pieno le nuove priorità favorendo una realtà che possa aumentare il benessere delle risorse umane in quanto attori diretti e indispensabili dell’era del terziario.

Assunto e superato i limiti legati alla fisicità dei luoghi e alla rigidità dei tempi, occorre aggirare e superare la criticità maggiore: la mentalità delle aziende che caratterizzano il territorio italiano. A tale scopo nuovi principi e modelli dovranno radicarsi nei contesti di lavoro, cancellando, migliorando, mutando procedure e processi. Il primo principio da alimentare è la collaborazione e la comunicazione. La gerarchia, valida in passato, oggi rischierebbe di rallentare i processi. Le catene di montaggio non fanno più storia, l’informazione è il vero nuovo nucleo dei business. I distretti, i reparti e le aree devono collaborare tra loro consentendo la circolazione dei dati.

La responsabilizzazione e l’autonomia costituiscono la seconda coppia vincente ai fini dello Smart working. La subordinazione e gli ordini perdono efficacia, i lavoratori devono diventare autonomi ed imparare ad autogestirsi. Questo non significa che non debbano esistere regole. Quello che si ipotizza è un sistema in cui le norme ed i comportamenti non sono imposti dall’alto, ma nascono dall’incontro di più voci portatrici delle esigenze della collettività aziendale e no del singolo.

Il terzo principio alla base della nuova cultura è la fiducia che nel prossimo futuro caratterizzerà i rapporti di lavoro almeno tanto quanto già definisce i rapporti personali. Se mi fido dei miei dipendenti, non avrò modo di dubitare la qualità e quantità del lavoro svolto, quando gli occhi del padrone non sono su di loro. In risposta di tale fiducia la risorsa si sentirà in dovere di non deluderla.

Forse una problematica possibile è l’incapacità di limitare il tempo lavorativo e di gestire le attività in maniera tale che le email, le emergenze e le telefonate non sovrastino le nostre giornate. Tale rischio può essere tutelato da regole e procedure stabilite dalle parti nonché dal rispetto degli spazi lavoro-vita.

Abbattute le mura, fermate le lancette del tempo e rivoluzionato le abitudini, non ci resterà che cogliere i frutti del cambiamento. Le realtà che si sono già messe alla prova hanno riscontrato tra i vari benefici:

  • Maggiore produttività
  • Maggiore motivazione delle risorse
  • Riduzione dei costi di trasferta
  • Riduzione dei costi fissi di gestione della struttura
  • Work-life Balance
  • Riduzione dello stress

Lo Smart working è una realtà ad oggi presente in alcune grandi aziende. La diffusione nelle aziende di dimensione elevate e molto spesso presenti in più paesi. è agevolata dal riscontro di una mentalità imprenditoriale più aperta al cambiamento e alle novità rispetto alle piccole aziende ancora radicate nella tradizione. Tuttavia tale realtà è un controsenso se si riflette sul fatto che nelle PMI sarebbe più semplice riorganizzare attività, persone e spazi.

L’interazione, la collaborazione e la comunicazione a distanza è agevolata dalla quantità di informazione e di idee da scambiare, ridotte rispetto a quelle in realtà più grandi. Inoltre anche in termini di fiducia il discorso dovrebbe risultare facilitato dal fatto che le persone all’interno delle piccole realtà si conoscono meglio e spesso condividono pezzi della loro vita privata oltre che il lavoro.  Resta un problema di abitudini e di disponibilità economiche. È abbastanza intuibile che nelle organizzazioni meno strutturate mancano gli strumenti a supporto di realtà innovative. Un’idea potrebbe essere incanalarsi su questa strada iniziando da azioni semplici, ad esempio ottimizzando gli spostamenti delle risorse che spesso lavorano fuori dalla sede operativa dell’azienda (clienti, fornitori, altre sedi…) o rendere i dati accessibili anche fuori dalle mura aziendali.

Per il resto è tutta questione di abitudine; tutto ciò che all’inizio del secolo scorso era nuovo, oggi è superato. L’evoluzione inevitabilmente renderà prima o poi superato anche il lavoro agile. Alle aziende italiane non resta che adeguarsi il più velocemente possibile al sistema cercando di non riconfermarsi ancora una volta come l’ultima ruota de carro.

Posted on: 7 luglio 2016, by : APONTE MARIAROSARIA